Δευτέρα, 4 Οκτωβρίου 2010

La crisi greca e l’attacco allo stato sociale europeo. I lavoratori pagano, le banche e i paesi ricchi incassano


di Francesco Francescaglia, responsabile Esteri del PdCI-Federazione della sinistra

Il Portogallo è stato l’ultimo paese ad annunciare misure draconiane: taglio del 5% degli stipendi dei pubblici dipendenti, aumento di un punto dell’IRPEF, IVA al 21% aumento di 2 punti delle imposte sulle imprese, riduzione di 1,1 miliardi di euro della spesa pubblica.


In Europa c’è un nuovo diktat economico che impone di “fare come in Grecia”. Ovvero tagliare i salari, le pensioni e lo stato sociale per sanare i conti pubblici. Spagna, Francia, Romania e Irlanda hanno già iniziato. E adesso toccherà all’Italia.
La crisi dei conti pubblici sta determinando un attacco senza precedenti al modello di welfare europeo, l’unica vera differenza che rimaneva col modello sociale americano.
E stavolta l’aggressione è portata direttamente a quel settore pubblico che rappresenta, al netto delle inefficienze che pure ci sono, la vera e propria “fabbrica dei diritti” che produce stato sociale.
I governi europei annunciano misure economiche di portata epocale. Dalla mattina alla sera si è rotto il tabù della riduzione dei salari nominali: era dal 1930 che non avveniva,


perché, successivamente, il compito di ridurre i salari era stato affidato all’inflazione. In Grecia gli stipendi pubblici sono stati ridotti del 20%, in Romania del 25%; la Spagna, come il Portogallo, annuncia tagli del 5%. È caduta anche la maschera che celava, con l’inflazione, la compressione di salari e stipendi. Oggi i governi lo fanno direttamente, in spregio ai contratti e ai diritti acquisiti dei lavoratori. Siamo già molto oltre l’attacco al contratto collettivo, con effetti altrettanto devastanti. Questa nuova strategia dei governi europei riporta indietro di anni luce l’ipotesi di ottenere successi riformatori per allargare il campo delle conquiste sociali e dei diritti del lavoro. Temi fondamentali come quelli del salario minimo orario garantito o del salario sociale, della scala mobile o di una contrattazione di livello europeo, troveranno ancor meno possibilità di essere inseriti nelle agende dei governi europei. Insomma, siamo davvero all’uscita da destra dalla crisi.
Eppure, solo qualche settimana fa, dopo la crisi finanziaria globale si era tornati a parlare di ruolo dello stato nell’economia, di fine del neoliberismo e, addirittura, di riscoperta dell’analisi marxista. Qualcuno ha cantato vittoria troppo presto. I governi sono intervenuti, ma per socializzare le perdite delle banche e delle imprese. I neoliberisti hanno rispolverato la vecchia e cara ideologia dello shock tanto in voga negli anni ’90: per salvare le economie in crisi serve una terapia d’urto fatta di liberalizzazioni, privatizzazioni e competitività (leggasi riduzione dei salari per frenare la caduta tendenziale del saggio di profitto). L’FMI ha imposto siffatte terapie ad ogni paese che chiedeva aiuti. Oggi siamo di nuovo allo stesso punto. Con una sola differenza. Nei due decenni appena passati la “shock economy” neoliberista è stata applicata in America Latina, Asia ed Europa dell’Est. Oggi arriva a colpire direttamente il cuore della “vecchia” Europa.
Per evitare di fare la fine della Grecia ci diranno che è necessario il rigore e che bisogna tagliare la spesa pubblica, cioè ridurre lo stato sociale. Ci diranno che non c’è alternativa, secondo la vecchia, ma efficace bugia del TINA (There Is No Alternative: non ci sono alternative). In Italia il governo si appresta a far varare ad un Parlamento ormai supino e svuotato delle sue prerogative una manovra economica che colpisce i lavoratori e dipendenti pubblici. E il Ministro Tremonti ha colto la palla al balzo per proporre addirittura una modifica dell’articolo 41 della Costituzione (quello della responsabilità sociale delle imprese) per eliminare “l’eccesso di regole che blocca lo sviluppo” e realizzare una “rivoluzione liberale”. La maschera è gettata: i lavoratori pagano e i capitalisti incassano.
Ci diranno che in tutta Europa i governi stanno facendo le stesse cose, a prescindere dal loro colore politico. E su questo avranno ragione, perché in di Grecia, Spagna e Portogallo comandano i socialisti, che stanno adottando gli stessi provvedimenti di Francia, Gran Bretagna e Germania, governati dalle destre.
Si preannuncia la necessità di un lungo conflitto sociale su scala europea per cercare di evitare lo scempio.
La vera e propria lotta di classe scoppiata in Grecia in reazione alle politiche per contrastare la crisi finanziaria ci indica la strada da percorrere. Per questo dobbiamo ringraziare i lavoratori greci protagonisti delle proteste e quei soggetti politici che tali lotte le hanno promosse, a partire dal KKE (il partito comunista greco) e dal Pame (il sindacato comunista greco). Perché hanno aperto le danze del conflitto sociale ed hanno chiamato tutti i lavoratori europei alle loro responsabilità di lotta: ecco cosa significava l’enorme striscione appeso sull’acropoli del Partenone su cui era scritto “People of Europe, rise up!” (popoli d’Europa sollevatevi). Noi abbiamo risposto positivamente, ma per ora solo simbolicamente. Vedremo se, anche in Italia, sapremo passare dalle parole ai fatti, scendendo dai tetti delle fabbriche per invadere le strade delle nostre città.

L’anomalia italiana, però, rende la nostra situazione assai diversa da quella del resto d’Europa, a causa della natura “reazionaria di massa” del nostro governo berlusconiano e della profonda crisi politica della sinistra (tanto di quella anticapitalista, quanto di quella che nemmeno si chiama più così, ovvero il Pd). Il tessuto sociale, politico ed istituzionale italiano rischia di essere impermeabile a strategie politiche e parole d’ordine che funzionano nel resto d’Europa. È indispensabile che i comunisti e le sinistre si cimentino con una traduzione italiana del conflitto sociale e, parimenti, è necessario che il movimento comunista europeo faccia un salto di qualità, soprattutto con meccanismi di cooperazione politica che aiutino i comunisti in quei paesi, come l’Italia, in cui sono  maggiormente in difficoltà.
Per fare questa traduzione dal greco all’italiano, però, è indispensabile provare a capire cosa sia successo davvero in Grecia.
Il paese di Aristotele e Sparta ha scoperto di avere un deficit in rapporto al Pil pari al 13,6%. Nel 2007 era ad una quota rassicurante, inferiore al 3%. Significa che, al momento, dalle casse dello Stato escono una montagna di denari in più di quelli che vi entrano. Ciò ha fatto schizzare in alto il debito pubblico, passato dal 90% al 113% attuale (ma le stime sono varie, alcune dicono che il debito sia al 130% sul Pil). Di conseguenza la Grecia ha subito un declassamento da parte delle agenzie di rating, essendo a rischio di insolvibilità. Ciò ha determinato un aumento del tasso di interesse sui titoli di Stato greci che non fa altro che aggravare la situazione (pagare interessi più alti fa aumentare il deficit, che a sua volta causa un aumento del debito e così via in una spirale verso il baratro che non ha mai fine). I mercati internazionali sono entrati nel panico perché si è concretizzato il rischio di default della Grecia, ovvero che la Grecia non fosse in grado di ridare i soldi a coloro che avevano comprato i suoi titoli di Stato.
In Grecia, dunque, c’è una crisi fiscale delle finanze pubbliche; o almeno così sembrerebbe…
Potrebbe sembrare che la Grecia sia uno dei paesi messi peggio al mondo o, quantomeno, in Europa. Invece non è così. Dopo la crisi dei subprime il deficit è aumentato in (quasi) tutti i paesi del mondo: o perché questi hanno speso soldi per salvare le banche (responsabili della crisi), oppure perché hanno visto contrarsi il loro Pil (che nella frazione deficit/Pil rappresenta il denominatore: calando il quale cresce il risultato della frazione). Non solo nei già citati paesi detti spregiativamente PIGS (acronimo di Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, ma che in inglese significa “maiali”), ma anche in Francia (dove il deficit ha raggiunto il 13, 6%, esattamente come in Grecia), in Gran Bretagna (che viene stimato sopra il 12% a fine anno) o in USA (previsto da Obama sopra il 10% nel 2011). Il debito pubblico greco, pur essendo tra i più elevati al mondo, è al livello di quello italiano ed è inferiore a quello Giappone, che ha quasi raggiunto un valore del 200%. In termini nominali, inoltre, è circa 7 volte inferiore a quello italiano e vale circa 250 miliardi di euro (quello italiano è quasi a 1.800 miliardi di euro). In sostanza i 700 miliardi di dollari del piano Paulson per salvare le banche americane sarebbero bastati per azzerare il debito greco, più quello portoghese e irlandese. Il Pil greco, infine, vale molto poco, rappresentando appena il 2% del Pil dei paesi di eurolandia (il Pil della Lombardia, da solo, è pari a quello greco).
Allora perché i mercati globali sono andati in panico per la crisi di un paese che nell’economia mondiale non conta quasi nulla? Perché la Grecia adotta l’Euro, perché ha subito pesanti attacchi dagli speculatori e perché non ci si aspettava che la Grecia avesse i conti fuori controllo, dal momento che per 10 anni i governi (socialdemocratico prima e di destra poi) avevano truccato i conti: solo negli ultimi mesi il socialista Papandreu è stato costretto a dire la verità e i mercati finanziari hanno reagito scappando a gambe levate dalla Grecia.
L’aver scoperto che i conti pubblici erano truccati ha sicuramente spiazzato i mercati e sollevato una grande preoccupazione, ma se fosse solo questa la causa della crisi greca sarebbe bastato ristabilire un po’ di fiducia per risolvere la situazione e fermare il panico. Invece quello greco è diventato un problema europeo, quindi globale. Perché per la prima volta è andato seriamente in crisi l’Euro, questa strana creatura che è la prima vera moneta internazionale in carta e metallo.
Moneta internazionale, perché non è espressione della sovranità di uno Stato, ma frutto di un accordo tra 16 paesi che la utilizzano sui 27 totali dell’Unione Europea.
Oggi tutti dicono che i greci, dopo aver sperperato le risorse nazionali, devono fare sacrifici per sanare i conti. Ma è poi vero che è tutta colpa loro? Per rispondere bisogna provare a capire come è esploso il debito greco.
Iniziamo col dire che in Europa comandano i tedeschi e che la Bce è un organismo formalmente tecnico ed indipendente, ma in realtà applica alla lettera la politica monetaria della Bundesbank, che si basa sull’ossessione dei tedeschi per l’inflazione.
La Germania è uno dei maggiori esportatori al mondo, e pertanto ha un notevole attivo della sua bilancia commerciale. Il 90% dell’export tedesco è rivolto ai paesi europei. Da ciò deriva che chi compra il made in Germany avrà un forte debito commerciale. Se la Germania vuole esportare devono per forza esistere paesi deboli (come Grecia, Portogallo e Spagna) che hanno necessità di importare. Tali paesi, in qualche modo, debbono pagare ai tedeschi le merci che acquistano, il passivo delle bilance commerciali di tali paesi deprime il PIL ed, indirettamente, crea debito pubblico. I tedeschi ringraziano e incassano, mentre i paesi dell’Europa del Sud vedono aumentare i loro debiti pubblici, i passivi delle loro bilance commerciali e, contemporaneamente, indeboliscono la loro capacità di creare ricchezza.
Inoltre, siccome i titoli di un paese particolarmente indebitato devono avere un rendimento maggiore (se compro titoli più rischiosi pretendo interessi maggiori), i titoli greci e degli altri Pigs, essendo più remunerativi, sono stati massicciamente acquistati dagli investitori tedeschi (e francesi: molti soldi dei fondi pensione francesi sono stati investiti in titoli greci).
Quindi possiamo dire che i tedeschi concorrono a far indebitare la Grecia con il loro export e che, al contempo, acquistato titoli greci per avere rendimenti finanziari maggiori.
Se la Grecia fosse fallita i tedeschi avrebbero perso i loro soldi e, inevitabilmente, avrebbero visto calare l’export verso la Grecia. Insomma, ciò che i tedeschi (ma vale anche per francesi ed italiani) con una mano hanno dato alla Grecia per salvarla glielo hanno ripreso con l’altra.
Si dice poi correttamente che il precipitare della crisi greca sia dovuto all’azione di una massiccia speculazione finanziaria. Ma chi sono gli speculatori e come hanno fatto ad arricchirsi sulle spalle della Grecia?
Fino all’anno scorso i titoli di stato europei venivano considerati investimenti a zero rischi. Così le banche hanno comprato a piene mani titoli pubblici europei, fino a raggiungere livelli enormi nel 2009, tanto da determinare una vera e propria bolla dei titoli di stato. E le bolle, si sa, prima o poi esplodono. Il sistema speculativo funzionava secondo una pratica che si chiama carry trade. La Bce era sempre disponibile a dare alle banche tutta la liquidità che esse richiedevano applicando un interesse del 1% (tasso di sconto o costo del denaro). Le banche prendevano i soldi dalla Bce e li utilizzavano per acquistare titoli pubblici europei che rendevano assai più dell’1%. Ed ovviamente prediligevano i titoli pubblici dei Pigs che rendevano molto di più, ad esempio, dei titoli tedeschi. Potevano realizzare così ingenti profitti solo con una partita di giro. Non è secondario che le norme previste da Basilea 2 incentivino gli acquisti di titoli pubblici da parte delle banche. Alla fine del 2009 le banche erano piene zeppe di titoli pubblici di Paesi dell’Europa del Sud. I primi a passare all’incasso e a vendere titoli greci sono stati gli hedge fund e a seguire tutti hanno cominciato a vendere in modo massiccio. Poi è scoppiata la crisi greca e i titoli ellenici sono diventati subito a forte rischio di insolvibilità. E così le vendite dei titoli greci si sono impennate, aggravando ulteriormente la crisi del debito greco. Oggi tutte le banche hanno l’ordine di non comprare titoli greci perché, malgrado il tardivo salvataggio europeo, nessuno scommette sulla reale possibilità della Grecia di salvarsi.
Sarà il caso di far notare che circa il 70% del debito greco è in mano agli investitori stranieri per capire la portata del fenomeno.
E sarà anche il caso di far notare che le banche che nel 2009 hanno speculato creando la bolla dei titoli pubblici sono le stesse banche che sono state salvate dagli stati dopo la crisi dei subprime. Anzi lo hanno potuto fare proprio perché si sono ritrovate con una grande liquidità, data dagli Stati, che doveva essere investita.
I lavoratori europei, invece, da chi hanno ricevuto soldi e su cosa hanno potuto lucrare profitti? Su nulla, ovviamente, hanno anzi pagato duramente la crisi con licenziamenti massicci ed ora si vedranno ridurre anche il sistema di protezione dello stato sociale.
Speculatori, banche, fondi d’investimento, Bce e paesi ricchi dell’Europa. Questi sono i corresponsabili della crisi. Accusare i greci di aver fatto come la cicala è semplicemente ridicolo.
Adesso, come al solito, i lavoratori greci pagheranno per dare soldi a banche e speculatori. Lo impone l’Europa, l’Fmi e tutte le istituzioni finanziare globali. Davvero una bella fregatura.
Prepariamoci, perché lo stesso potrebbe avvenire in Italia. Anche se tutti dicono che noi stiamo meglio, le ultime emissioni di titoli di Stato sono state comprate solo dalle banche italiane: gli investitori stranieri, infatti, accomunano l’Italia al resto dei Pigs.
Il capitalismo ha la necessità di far crescere continuamente l’economia. Denaro-merce-denaro, diceva Carlo Marx per spiegare che il profitto sempre maggiore è l’unico obiettivo del capitale, non la soddisfazione dei bisogni materiali delle persone. Solo che per crescere il capitalismo trova sempre maggiori difficoltà, dovute alle contraddizioni del suo sistema. Così deve inventarsi qualcosa. Imperialismo, guerre, globalizzazione, sfruttamento economico dei paesi più deboli, compressione dei salari, privatizzazioni, finanziarizzazione dell’econmia. Il capitalismo è sempre alla ricerca di sistemi nuovi per fare profitti. Ormai da qualche anno il sistema per fare profitto si chiama debito: sono indebitati i cittadini, gli stati e c’è il debito del commercio internazionale. Il mondo capitalista è letteralmente sommerso dai debiti. E i debiti, si sa, qualcuno prima o poi li paga. Nel sistema capitalistico li pagano sempre i più deboli. La crisi ci deve insegnare che sarebbe arrivato il momento che finalmente a pagare fossero coloro che si sono sempre arricchiti sulle nostre spalle. La crisi ci deve insegnare che è arrivato il momento del conflitto sociale e di lottare per dire che questa volta a pagare dovrà essere qualcun altro: a cominciare dai padroni.

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